I TERRITORI VOCATI ALLA COLTIVAZIONE
In Basilicata, fatta eccezione per una tartufaia di bianco pregiato (Cerone et al., 2002a), manca la caratterizzazione ecologica delle tartufaie naturali delle altre specie di Tuber indicate nella L. R. precedentemente menzionata. Pertanto, in questa indagine, è stato necessario attenersi ai risultati conseguiti attraverso le ricerche compiute nel Nord e soprattutto nel Centro dell'Italia.
Come in precedenza accennato, la suscettività o vocazione di un'area per la coltivazione di una o più specie di tartufo di interesse commerciale è stata desunta dall'attento esame delle
sue caratteristiche ecologiche e dalla verifica che le stesse coincidessero in toto o in larga misura con quelle necessarie allo sviluppo dei tartufi prescelti.
Tuttavia, è bene ricordare che queste informazioni hanno una validità limitata, poiché all'interno di una determinata area vocata è spesso possibile riscontrare microambienti con pedotipi, microclimi, biocenosi e morfologie differenti, che rendono gli stessi non utilizzabili per la coltivazione di un certo tartufo.
Per quanto attiene allo scorzone estivo, consideratene l'ampia diffusione, la rusticità e l'adattabilità da zone pianeggianti a livello del mare a zone collinari, dai terreni sabbiosi a quelli argillosi derivanti da diversi substrati litologici, si può affermare che non solo non c'è limite alle sue possibilità di utilizzazione a fini produttivi (scegliendo con cura la pianta arbustiva o arborea simbionte), ma lo stesso è molto indicato per interventi di rimboschimento e per il recupero ambientale.
Tuttavia, considerato il suo scarso valore economico, l'impiego di piante con esso micorrizate trova fondamentalmente applicazione per questi ultimi scopi.
Lo sviluppo del tartufo uncinato o scorzone invernale è fortemente legato alle condizioni ecologiche della faggeta. La sua coltivazione riveste senza dubbio un rilevante interesse economico. Non essendovi ancora adeguate conoscenze per la sua razionale coltivazione in simbiosi con il faggio, si fà di solito ricorso all'impianto di querce da esso micorrizate nei terreni collinari delle aree interne, seguito da accurate cure colturali post-impianto.
Per il tartufo bianchetto o marzuolo si possono fare le medesime considerazioni valide per lo scorzone in merito alle aree adatte alla sua coltivazione; va, inoltre, sottolineato che il maggiore valore economico dei suoi carpofori, rende questa specie la più idonea alla coltivazione da 0 a 1.000 m s.l.m. in differenti e varie condizioni ambientali.
La coltivazione del bianchetto risulta facile anche perché esso entra facilmente in simbiosi con molte specie arboree, consentendo la produzione di ottime piante tartufigene che possono essere messe a dimora in tutti gli ambienti sopra ricordati.
Pertanto, le piante micorrizate con il bianchetto possono essere impiegate ove non si riscontrasse l'esistenza di condizioni ambientali adatte alla coltivazione di specie di tartufo di maggiore pregio e valore economico (per es., T. melanosporum). Sarebbe opportuno consigliarne l'utilizzo per impiantare tartufaie coltivate e sempre per la realizzazione di impianti tartufigeni nei piani di rimboschimento.
Il tartufo nero invernale ed il tartufo nero pregiato condividono molte caratteristiche morfologiche ed ecologiche.
Le coltivazioni di tartufo nero pregiato hanno fornito risultati soddisfacenti in Francia, Spagna ed in Italia settentrionale e centrale. Su terreni vocati e con sufficiente apporto idrico, il T. melanosporum fornisce, dopo 5-8 anni dall'impianto, produzioni di circa 60 kg/ha.
Tuttavia, in tali tartufaie, con il passare degli anni prendono frequentemente il sopravvento tartufi di minor pregio quali il T. brumale, il T. brumale fo. moschatum e il T. aestivum, che pian piano sostituiscono la specie pregiata.
In Basilicata, l'impianto di una tartufaia di nero pregiato deve essere subordinato sia all'accertamento dell'esistenza delle opportune condizioni pedologiche sia alla possibilità d'irrigare la tartufaia. Attente devono essere anche le cure colturali post-impianto: particolare attenzione andrà posta all'eliminazione delle piante infestanti, all'immissione periodica (almeno una volta l'anno) nel terreno, in prossimità dell'apparato radicale delle piantine micorrizate, di sospensioni sporali di tale tartufo, trattamento delle piantine eventualmente infette da micromiceti patogeni (quali, ad esempio, gli agenti di oidio o mal bianco) ed al controllo di possibili infestazioni da parte di insetti defogliatori.
Le aree adatte alla coltivazione del tartufo nero pregiato sono limitate ad alcuni terreni collinari, ben esposti e con precipitazioni consistenti. Queste zone sono localizzate essenzialmente lungo il versante tirrenico dove si verificano precipitazioni medie annue uguali e superiori a 900 mm.
Le aree che consentono la produzione del tartufo nero invernale, invece, sono molto più vaste e, come attestano le tartufaie naturali individuate, interessano gran parte dei terreni collinari dell'Appennino.
Non è possibile fare ipotesi attendibili sulla coltivazione del tartufo nero liscio, poiché è una specie alquanto rara sul territorio, la sua ecologia non è ben nota e la sua coltivazione necessita ancora di studi accurati e ricerche approfondite e merita speciali incentivi.
Buone possibilità si intravedono per il tartufo bianco pregiato, che trova ambienti idonei alla coltivazione nelle zone umide e fresche presenti lungo rive di fiumi e semplici canali di acqua o sotto pioppi e salici su terreni freschi di riporto alluvionale, esistenti principalmente nel territorio compreso tra il fiume Agri ed il fiume Sinni ma anche lungo le sponde di altri fiumi lucani, purchè non a livello del mare o ad altitudine inferiore ai 300-400 m s.l.m.
La sua coltivazione, sperimentata in altre regioni italiane ed europee, ha prodotto solo di recente qualche risultato soddisfacenti in Umbria (M. Bencivenga, comunicazione personale).
La possibilità d'incrementare la produzione di carpofori di questo pregiatissimo tartufo, che assicura già una consistente integrazione di reddito ad alcune componenti della popolazione locale (tartufai, ristoratori, industrie di trasformazione), si deve, pertanto, considerare limitata alla costituzione delle cosiddette "tartufaie controllate" ossia all'ampliamento delle tartufaie già esistenti mediante il trapianto, nelle zone ad esse adiacenti, di nuove piantine micorrizate, preparate possibilmente con materiale vegetale e tartuficolo autoctono.
Il tartufo nero di Bagnoli ha scarso valore economico e la sua coltivazione non viene, in genere, praticata in alcuna regione tartuficola italiana o estera.

   
     
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